Coach

Oggi vi parlo di una cosa molto seria. Almeno per me.

Che apparentemente è poco affine al blog.
L’argomento del giorno è il personal branding.
E che è?
Già. È la considerazione che ho fatto io la prima volta.
Poi ho cercato di capirci qualcosa. Lo ammetto sono andata su Google.
Poi ho deciso di partecipare a Shefactor. Un’iniziativa on line per permettere alle donne di valorizzare i propri talenti e presentarsi al meglio.
Quelle cose che fai quando ti poni domande del tipo : chi sono, che faccio, dove sto andando, ma mi sto muovendo almeno?

Chi sono?
E mamma mia, che casino!
Dunque, per dirvela con due parole, iniziamo da cosa è il “Personal Branding”, una roba del tipo come uno si vende, come sei in grado di farti percepire dagli altri e come dovresti farlo per migliorarti.
Mi spiego. Se io dico Chanel cosa vi viene in mente?

Moda, Parigi, abiti chic, eleganza, Marilyn, profumo, classe, colori sobri…
Ecco.

Se dico Upim? Vi verrà in mente abbigliamento cheap, piccoli prezzi, negozi per famiglie, conevenienza, grafiche semplici.
E in effetti questo deve venirvi in mente. Questi marchi hanno lavorato sui loro punti di forza per far emergere le loro qualità agli occhi di chi li osserva e farsi scegliere da chi quelle specifiche caratteristiche cerca.
E cosa centra il personal branding? E con me? Con una mamma?
Moltissimo. Soprattutto se la mamma è stata costretta (come tante mamme) a rimettersi in discussione dopo la gravidanza.
Perché a un certo punto, dopo la pausa forzata della maternità, torni a chiederti cosa puoi offrire tu rispetto agli altri, alle altre senza figli e con meno impegni e più energie, e perché dovrebbero scegliere proprio te.
E qui inizia il percorso di personal branding.
Capire quali sono i punti di forza e quali i difetti che puoi “sistemare”.
Mica facile.
Un lavoro di introspezione e promozione non da poco.

Un po’ come quando ti metti su “da gara” per apparire bellissima la prima sera che esci col lui che ti piace.
Io non mi ricordo nemmeno più come si fa.
E poi io ho seri problemi di identità: per chi mi conosce come amica infatti io sono sempre stata “La Birba”. Quella irriverente, casinara, simpatica, allegra, trascinatrice. Una specie di jolly sempre pronto a organizzare, dire fare lettera testamento.
Poi c’è Alessandra Greco, la giornalista professionista che si occupa di beauty e che ci ha messo 20 anni a costruirsi una professionalità e un authorship (altro parolone) che si rispetti.
Ho sempre cercato di tenere ben distinte le due cose. Soprattutto su Facebook dove io ero Alessandra Birba.
Ma non è che puoi sempre rifiutare i contatti di lavoro se ti chiedono l’amicizia.
E non è che io sia brava a evitare il cazzeggio (ops, non si dice) sulla mia bacheca.
E quindi, senza divagare, ho dovuto chiedermi chi sono davvero e chi volevo essere per gli altri.
E io sono Alessandra Greco, la Birba e mi piace distinguermi.

AG2

Cioè sono sempre io, non posso scindermi anche se la Birba è la parte che amano gli altri di me.
L’ho scoperto facendo un semplice test e chiedendo ai miei amici tre aggettivi che mi descrivessero.
Hanno vinto su tutti simpatica, brillante e sorridente.

-POP-2 Certo, non sono aggettivi qualificanti se uno deve sceglierti per lavoro ma come persona per me lo sono, eccome!
E questo mi fa capire che almeno su una cosa non devo lavorare: io appaio senza filtri, come sono davvero, ossia sorridente.
Certo poi ci sarebbe da lavorare seriamente su permalosità e gelosia, sul mio essere pignola e polemica ma forse basta solo deviare l’ottica in cui questi “difetti” vengono percepiti. Chi non vorrebbe una precisina e pignola sul lavoro? Dai!
Poi ho capito una cosa. Che cosa voglio essere io? Se proprio devono identificarmi io sarei una tipa Moschino, giusto per rimanere in tema brand fashion, e non potrei mai vendermi come una Chanel. Che ve lo dico a fare, io non sono per francesismi e toni pastello, camelie e femminilità delicata.
Io sono una irriverente e creativa, capace di andare in giro con la cover a forma di patatine piuttosto che con quella tutta perle di “Chanel” fosse anche solo per distinguermi dalla massa.
Quindi diciamo che il mio pubblico di riferimento è più di nicchia, tiriamocela un po’.

Scherzi a parte, tornando al personal branding e a noi donne, trovo che questo lavoro di consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti sia molto importante soprattutto perché tendiamo a far tutto ma sottovalutando le nostre reali potenzialità.

E a me la mammitudine mi ha dato in dono proprio questa consapevolezza: posso essere meglio della miglior visione che avevo di me stessa. Del resto se sono riuscita a far un figlio, allora posso far tutto.

E voi come sapete valorizzarvi?


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2 commenti


  • 2015-02-16 15:42:29

    Ellisteller scrive:

    Com'è che noi donne diventiamo mamme e scattano le domande esistenziali, mentre gli uomini diventano papà e... non scatta niente? Commento scemo a parte ;-) imparare a fare personal brandimmo è fondamentale. Il gioco dei 3 aggettivi l'ho fatto anch'io, mi ha fatto riflettere e mi ha fatto capire che quello che trasmetto è quello che sono, quindi avanti così!

  • 2015-02-15 23:11:10

    Giulia scrive:

    Tu sei assolutamente una Birbamoschino. Ma sei anche una Alexander MQueen. Non fosse altro per la passione, l' impegno e quel pizzico di perfettinismo che metti in quel che fai. Brava!

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