Utili&futili

Perché ogni volta per me è una tragedia. Partire dico.

E sì, partire è un po’ morire lo so ma tutte queste piccole morti che si ripetono da quando a 18 anni me ne sono andata all’università, comincio a non reggerle.

Anche se le vacanze di Natale per me sono state lunghe ed è da quasi 20 giorni che sono giù, a casa.
Per l’esattezza “in casa”.
Già, perché complice un freddo insolito che ha fatto scendere le temperature manco fossimo al Polo Nord e un’influenza che, effetto domino ci ha contagiati tutti a partire dal Ribelle, quest’anno le vacanze sono state una sorta di arresti domiciliari.

Venti giorni in casa coi nonni a mangiare come se non ci fosse un domani.

Eppure… chili e trigliceridi a parte, mai come quest’anno ho sentito il cuore esplodere di gioia.
Perché qui, al Sud, la vita scorre in maniera differente e ogni volta me ne meraviglio, sempre.
Anzi, più divento grande più resto basita dal potere della semplicità.
Qui è tutto “terra terra”.  E sembra quasi un gioco di parole ma intendete l’espressione nella più vasta accezione.
Dalla terra come terra rossa, rosso come un immaginario fil rouge che unisce ogni azione e ogni individuo.
Nulla accade per caso.
E tutto torna.
Sembreranno frasi fatte ma se siete salentini capirete a cosa mi riferisco.
Qui la vita scorre in maniera circolare, al Sud ci si ribecca sempre.
Perché il richiamo della terra vince,la terra ce l’abbiamo nel sangue e l’eco del suo fluire non cessa mai di richiamarci a sé sempre, fino alla morte.

Qui la vita è  “terra terra” nel senso di semplice, si regge su piccole abitudini e consuetudini collettive che ti fanno sentire parte di quel qualcosa che è “la terra”. Cose apparentemente uguali dappertutto acquistano valori impensabili.

Come il cibo. Qui il cibo non è solo nutrimento. E’ condivisione. A tavola ci si riunisce e confronta e la tavola si rispetta. Il cibo non si nega a nessuno.
E troverai sempre il modo di mangiare perché qualcuno, una vicina, un conoscente, un estraneo ti aiuteranno con quello che hanno in casa o ti offriranno un posto a tavola.
Non esistono i finger food, i panini mangiati davanti alla scrivania o gli “apericena”.

puccette

Qui ci si siede a tavola.

E al bar, al massimo si beve il caffè.
Che qualcuno ti ha già  pagato. Perché tra amici è come una stretta di mano.

Qui le regole sono “terra terra” e si adattano alla vita, e non viceversa.

Come i negozi che rispettano l’orario della pennica. E restano chiusi dalle 13 alle 17 per permetterti, dopo il pranzo, di riposarti. Tanto gli orari di chiusura sono elastici e alle 21 trovi ancora aperto.

In questi giorni anche mia madre ha usato il cibo come collante. Mia mamma che dall’alba, non usciva dalla cucina se non a tarda sera, per andare a dormire. Mia madre che ha preparato ogni cosa lei pensasse io potessi desiderare e il Ribelle ingurgutare. Senza chiedermelo. Dall’ovetto sbattuto al mattino alla fetta di pane arrostita sul fuoco e condita con olio e pomodoro prima di cena, come aperitivo, alla “pastarella da inzuppare nella camomilla prima di andare a dormire.

A casa c’era cibo e calore. E non solo quello del fuoco acceso h24.

fuoco

 

E alla fine cedi. E te ne freghi dei rotolini che a Milano sono disdicevoli. Perché la gioia che ti dà mangiare quel cibo preparato con tanto amore, non è esprimibile.

Qui il Ribelle, nonostante i suoi 12 giorni di influenza è cresciuto. Non scherzo. Gli sono cresciuti i capelli, spuntati 4 (quattro, avete letto bene) canini, ha iniziato a parlare con termini mai usati prima. E tutto in queste due settimane.

E ok che è normale lo sviluppo alla sua età ma concentrarsi solo quando siamo quaggiù comincia col non sembrare solo una coincidenza.

ribelle parco

Del resto qui l’amore è palpabile. Lo vedo negli occhi dei nonni che venerano questo nanetto che li corrompe con un “ciao”, nelle attenzioni di uno zio che ha ripescato i suoi giochi da collezione per donarli al quasi duenne, negli amici, gli stessi da sempre, che incontri al bar ed è come se li avessi lasciati lì la sera prima anche se non li vedi da anni.

E vi scrivo tutto questo per condividere con voi la mia tristezza, perché ogni volta il distacco è sempre più doloroso. Perché ogni partenza lascia una ferita nell’anima, piccola, infinitesimale ma profonda.

Avete presente quei tessuti che sembrano indistruttibili? Dalla trama fitta fitta che un bel giorno, non si capisce come, straaaap, si lacerano? ecco…io sento che prima o poi, anche il mio piccolo cuore cederà.

Perché il rapporto tra me e la mia terra non è solo un filo. E’ un elastico. E tutto sta a trovare un equilibrio. Si può vivere anche tutta la vita perennemente in tensione, altrove, sopportando la malinconia e sapendo che devi mantenere alta la guardia ma se fai un passo falso e ti spingi troppo in là,  basta un attimo e il rinculo, la voglia di tornare “ a casa”, diventa inevitabile e così forte che molli tutto e tutti senza ragioni.

Come l’elastico tirato troppo, appunto.

E io non so spiegarvelo perché, ma succede così sin dalla prima volta che ho lasciato “casa” per andare a Bologna, all’Università. Ricordo ancora che eravamo tutti in treno, io e la mia famiglia, andavamo a cercare un appartamento,  e io ero felice , curiosa, entusiasta, eppure appena saliti sul Lecce/Bologna il  mio cuore cominciò a palpitare più forte, e lo stomaco a stringersi.
E tutto questo si ripete ogni volta che lascio questo posto. Con qualunque mezzo. In qualunque stagione.
Come se dovessi partire per un altro mondo, al di là di ogni distanza e dimensione.

Perché non torni allora? La domanda è scontata. Ma se negli anni la risposta era altrettanto scontata e il coro dei laureati terroni fuorisede unanime urlava :“Perché non c’è lavoro”, cercando di giustificare così la propria permanenza lontano da casa, oggi la situazione generale non giustifica più queste migrazioni di massa.

Anzi. Qui il lavoro scarseggia, ma c’è tutto il resto, quel resto che al Nord si sta lentamente consumando sino a far “sopravvivere” la gente e non più vivere.

tramonto

E poi vuoi mettere? Prendo in prestito una frase della mamma di una mia amica che vive a Roma che così le ha detto al telefono qualche giorno fa dopo la strage di Parigi:

“Ho sentito che vogliono fare un attentato anche nel cuore dell’Italia. Torna a casa, qui il massimo che ti può succedere è strozzarti con le mie orecchiette!!”

E ora, mentre ho in mano il mio biglietto per tornare a Milano, mi chiedo: “Perchè?”

 


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4 commenti


  • 2015-01-20 00:34:25

    Nuova rubrica: Top of the post | Le Birbamamme scrive:

    […] cose belle per voi, una mammablogger, e precisamente TheswingingMom ha nominato il mio post “Partire è un po’ morire…” tra i migliori post della settimana […]

  • 2015-01-19 13:08:03

    Top of the Post – 19.01.2015 | The Swinging Mom scrive:

    […] partire è un po’ morire da brava emigrata ho particolarmente apprezzato […]

  • 2015-01-15 12:14:11

    Ale Birba scrive:

    Ahah hai ragione!

  • 2015-01-15 12:13:24

    Ale Birba scrive:

    Grazie!☺️

  • 2015-01-15 11:48:49

    labottegadimeris scrive:

    e al nord non sanno manco cos'è "la fila in mezzo" !!!

  • 2015-01-13 19:32:12

    theswingingmom scrive:

    bellissimo post, che da semi-terrona expat al nord comprendo perfettamente e sottoscrivo.

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