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E niente. Capita che tu inizi la settimana con un sacco di idee e di bei post programmati che vuoi pubblicare e poi ti chiama tua madre. La solita telefonata quotidiana ma a un certo punto gli si spegne la voce e ti dice che qualcuno non c’è più.

A un tratto tutto si ferma. Resti muta. Con la bocca aperta e lo sguardo perso mentre le lacrime scendono incontenibili.

E lo so, questo è un blog dove ridiamo e scherziamo e non mi piace rattristarvi ma ho anche pensato che questo  è anche un po’ il luogo dove mi rifugio, la casa che dovrebbe accogliere me e voi e che nessuno avrebbe potuto capirmi se non voi mamme.

Lui era il mio commercialista. Un uomo simpatico e intelligente. Vivace, sempre disponibile. Capace di vivere sopra le righe fregandosene delle chiacchiere della gente. Uno che riusciva a lavorare in uno studio con 10 donne, e già per questo andava premiato. Una persona come poche. Sai di quelle che non riesci a trovare un motivo per non volergli bene anche se da lui vai a pagare fatture e cambiali. Ecco, lui era un amico.  Non un amico di quelli con cui vai in giro a fare bisbocce ma una di quelle persone a cui potevi rivolgerti quando avevi bisogno di farti dare la pacca sulla spalla. E lui all’improvviso se ne è andato.

E anche se io lo frequentavo solo quando ero giù per sbrigare le mie incombenze “amministrative” mi sento persa a sapere che non c’è più. “Ci vediamo a Natale “mi aveva detto a settembre.

Già, Natale.

Quel momento in cui tutti sono più buoni e generosi, in cui il cuore all’improvviso sembra espandersi e ci si prepara ad accogliere il nuovo anno pieni di buoni propositi, tipo non farò più questo o quello, cercherò di, mi impegno a e ci si sente forti e capaci di fare il salto e diventare “migliori”.

Poi arriva il 9 gennaio, non il sette, il nove e tu ti sei già dimenticato tutto e torni a vivere esattamente come prima.

E invece no. Io questa volta non voglio e mi impegno qui davanti a voi. Voglio cercare di vedere la bellezza della vita e dei regali che ci fa ogni sacrosanto giorno. Il mio amico Michele lo faceva. Lui era sempre sorridente. Lui aveva scelto di vivere, non di lasciarsi scivolare la vita addosso.

E come Michele lo faceva Cristina, che non era una mia amica ma una che conoscevo e avevo visto un paio di volte. Una caparbia, che  ha lottato con le unghie e con i denti per riprendersi la sua vita ma poi se ne è andata a quarantanni mangiata da un male infame, non prima di aver raccomandato ai suoi amici di vivere ogni giorno intensamente. O come Luca. Io non l’ho nemmeno mai conosciuto ma l’ho vissuto dal racconto dei suoi amici e mi sembrava fosse un amico di sempre . Michele, Cristina , Luca… sono alcuni dei tanti che hanno avuto la fortuna di vivere intensamente ma che  ci hanno lasciati.

Io credo che ognuno di noi abbia conosciuto qualcuno così e sappia cosa vuol dire perderlo: sono tragedie infinite che lasciano buchi neri nell’anima, pozzi di vuoto incolmabili.

Ho sempre pensato che la vera sfida sia per chi resta. Al di là di qualsiasi credenza religiosa. Al di là di quello che ci possa essere altrove. La vera sfida è andare avanti e colmare quei vuoti con dei piccoli gesti. Dei gesti che rendano onore a tutte quelle persone che la vita non possono più godersela, anche se non li conoscevi neppure.

E quei gesti non sono robe eclatanti.

Sono piccole attenzioni quotidiane: imparare a dire grazie, sorridere, apprezzare ogni giorno la meraviglia di poter semplicemente, respirare. Ascoltare la natura, il pianto di un bambino, una sinfonia musicale. Ascoltare le parole che ci vengono dette. Io non lo faccio quasi mai. Mi isolo nel mio mondo, urlo per coprire con la mia voce ogni rumore. Oppure fingo di ascoltare ma intanto la mia mente non presta attenzione e va altrove coi pensieri. Ma la vita è qui e ora. Non è ieri, e non sarà altrove. E da quando c’è il Ribelle è questo che cerco di fare, vivere ogni attimo assaporandolo e meravigliandomi proprio come fa lui davanti a ogni cosa nuova, che io invece ormai dò per scontato.

Questo non è un post. Questo è uno sfogo. Un pensiero ad alta voce. Dedicato a chi ci ha lasciato, sperando che da lassù ci dia la forza per vivere più intensamente, dimenticando le piccolezze in cui ci perdiamo ogni giorno. Perchè , come cantava Jovanotti: O è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai…

 

 

 

 


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