Coach

Vi sembrerà strano sentir parlare di inserimento al nido a gennaio quando normalmente questo avviene a settembre. Ma la mia domanda ultimamente è “quanto dura un inserimento?”
E la risposta più consona è: un’eternità.

Vi racconto.

Come tutti i bimbi, anche il Ribelle ha iniziato ad andare al nido a settembre (a dire il vero ad ottobre, ma vabbè). All’epoca aveva esattamente 18 mesi. Quindi non così piccolo da aver bisogno costantemente della mamma nè così grande da capire che lo mollavo per mezza giornata. Il nostro nido è molto particolare perché ci sono pochi bimbi e non tutti fanno dal mattino al pomeriggio. La maggior parte a mezzogiorno torna a casa. Le sue insegnanti sono state molto comprensive e mi hanno lasciato seguire un approccio soft, allungando via via il tempo in cui restava solo.

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Ma perchè si abituasse ci è voluto un bel po’ di tempo. O forse farei meglio a dire: perché io mi abituassi a staccarmi  mi ci è voluta un’eternità.
Perché io non riuscivo mai ad allontanarmi mentre lo sentivo piangere.
E poi mi sentivo tremendamente in colpa:  in fondo, visto che sono una freelance e lavoro da casa, potevo tenerlo con me, no?
E in realtà no perchè lo sappiamo tutte che con un bimbo piccolo per casa non si combina nulla.

Vabbè. Comunque,  tra i miei sensi di colpa, e la sua ovvia disperazione, era una mistura letale.

Però, piano piano, i suoi pianti sono diventati sempre meno forti e lui sembrava più tranquillo e così siamo arrivati a dicembre.

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E siamo andati in vacanza dai nonni per ben 20 giorni.

Tragedia. Il rientro è stato peggio che condannarlo al martirio. E ci siamo ancora dentro.

Ogni giorno pianti disperati, lui che inizia a urlare già in macchina appena riconosce la strada del nido, poi si attacca al collo come un koala isterico, io che non riesco ad allontanarmi. La maestra che non sa se riprendere lui o me e mi ripete «È tutto normale signora, dopo tanto tempo di assenza!» e io invece non faccio che pormi mille domande ansiogene tipo:”Ma non è che è cambiato qualcosa?” Non è che lo trattano male, mangia male, si trova a disagio per enne motivi….Mi devo preoccupare”?

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E così visto che non ho risposte plausibili, ho deciso di chiedere a un’esperta, la dottoressa Valentina Torsello, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale (un’amica nonché mamma di una bimba di tre anni) ed ecco domande e risposte che sperano possano aiutare anche voi:

  •  È normale che un bambino si disperi anche se l’inserimento sembrava concluso (però dopo un periodo di assenza più o meno lunga)?
    «Ogni cambiamento comporta un periodo di adattamento. I bambini più degli adulti sono rassicurati dalla routine familiare, è comprensibile che sia difficile rientrare in un ambiente, che per quanto confortevole, non è casa. Può accadere che dopo un periodo prolungato di assenza nel bambino si ripresenti l’iniziale rifiuto di rientrare al nido tipico dei primi giorni di inserimento. Non scoraggiamoci, con calma e pazienza accompagniamo il piccolo al nido, ritroverà le sue abitudini!
    Importante parlare con loro, spiegando che torneremo a prenderli come ogni giorno, mostrandoci sereni e accogliendo le loro paure.
    Non aspettiamoci che il bambino entri al nido saltando dalla gioia, è pur sempre un distacco dalle figure di riferimento e dai suoi giocattoli».
  • Quando preoccuparsi davvero di questi pianti e insospettirsi anche se non ci sono segni fisici di malessere?
    «Istinto e buon senso prima di tutto, sempre! Fidiamoci di noi stessi! Nessuno meglio di noi conosce il proprio bambino, quindi nessun “esperto” lo è più di noi.
    Osserviamo il bambino in questi momenti significativi: alimentazione, ritmo sonno-veglia, interazione con figure di riferimento e ancora gioco libero; spesso riproporranno con i loro giocattoli situazioni vissute nel loro quotidiano. Chiediamo alle maestre come il nostro bambino reagisce alle attività proposte in aula se, dopo un normale pianto al momento del distacco, il bambino si lascia coinvolgere nelle attività e trascorre serenamente il resto della giornata. In caso contrario, valutiamo un’alternativa al nido. Ricordiamoci che ogni bambino ha i suoi tempi, impariamo a rispettarli.
    Un bambino sereno, anche se protesta al momento del distacco, quando rientra a casa riprende la sua routine e noi riconosciamo il nostro bambino di sempre (ansia a parte… che ci fa immaginare il peggio)».
  •  Quali sono i segnali da guardare per capire che non è solo un capriccio ma un vero disagio?
    «Facciamoci caso, quasi sempre i capricci si fanno sentire quando noi adulti abbiamo fretta… quando noi adulti non rispettiamo i tempi dei bambini e pretendiamo che loro capiscano le nostre urgenze e comprendano le nostre ragioni… Cerchiamo di organizzare gli impegni considerando i tempi dei nostri figli e i capricci diminuiranno!
    In generale il tipo di pianto è un buon indicatore, il capriccio è caratterizzato da un pianto a “tempo” (della serie “ottengo quello che voglio e smetto”) che si interrompe con l’ottenimento dell’oggetto desiderato.
    Nel caso del disagio, il pianto è difficilmente consolabile e le richieste sono poco definibili, inoltre il bambino può manifestare comportamenti diversi dal solito che attirano la nostra attenzione, quali aggressività persistente, regressione nel linguaggio e ritiro dalle relazioni con gli altri».
  •  Come aiutare un bimbo a superare il distacco?
    «Pensiamo a come ci sentiamo noi lasciandoli lì, in quell’attimo in cui si chiude la porta: ecco, noi abbiamo chiaro in mente quante ore ci separano dal nostro bambino e sappiamo che ritorneremo a prenderlo.
    Tutto ciò, al bambino non è chiaro, ciò che per noi è scontato non lo è per lui!
    Nostro compito aiutarlo a capire. Spendiamo il nostro tempo a spiegare al bambino come andrà la nostra giornata e che appena finiti i nostri impegni ed i suoi lavoretti al nido, torneremo a prenderlo. Non stanchiamoci di ripetergli che torneremo a prenderlo appena finito di lavorare… se anche fosse necessario, tutti i giorni».

 


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