Utili&futili

È ufficiale, presto il Ribelle cambierà nome in Rex. Tirannosauro Rex.

Nel senso di tiranno devastatore. E il perché è presto detto.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un vecchio articolo di Panorama sui genitori tiranneggiati da bambini sempre più despoti (vi invito a leggerlo, molto molto interessante) e mi ero ritrovata in molti passaggi. La parola esatta è spaventata non ritrovata.

Ma ho fatto finta di nulla e ho detto a me stessa che in fondo a due anni è normale che un bambino faccia dei capricci.

Poi oggi l’articolo l’ho riletto, con cognizione di causa e ho capito che invece NO, non c’è nulla di normale. E che il problema non è il fatto che un moccioso faccia i capricci ma che io, adulta di 40 anni non riesca a dargli un freno.

amanda Typton

Perché non so se a voi capita ma io, quando comincia a frignare modello:

“Aiuto! Mia madre mi sta sgozzando qui davanti a voi, fate qualcosa!”

entro in modalità isteria e non lo reggo. Così,  pur di farlo smettere, assecondo ogni suo desiderio.

Oggi ho capito che il furbastro è un agente segreto che mi ha studiata già nei suoi 9 mesi in pancia, ha individuato i miei punti deboli (tanti) e agisce di conseguenza mirando con una precisione da cecchino dell’Isis.

Esempio:

Esterno. Bar della spiaggia all’ora di pranzo. Pieno pieno di gente.

Lui ha appena finito il suo piatto e inizia la litania del “Voio il geato!” Maaaaaaammmmaaaaa voioooo il geaatooo!”.

All’inizio lo sussurra quasi.

E tu sei lì che gli sorridi e con calma gli spieghi che , “Magari il gelato lo mangiamo più tardi, eh?”

Poi lui prova con la tecnica della goccia cinese.

Voio il geato Voio il geato Voio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geatoVoio il geato…”

Ripetuto come un martello pneumatico che ti perfora le tempie.

Se hai la fortuna che il frastuono circostante confonda l’effetto tarlo allora il furbastro attacca con le sirene a squarciagola esibendosi in un pianto che, definire disperato, è un eufemismo.

Lacrimoni come secchiate, povero bambino.

La gente a quel punto ti guarda come se tu fossi la criminale appena sgamata dalla folla dopo un efferato omicidio.

E io mi vergogno.

Lo ammetto.

E pur di metterlo a tacere, a quel punto, lo ricoprirei di gelato e gli comprerei tutto il camioncino dei gelati, così, per sicurezza. Anzi, potrei dvetare azionista dell’Algida, Sammontana, Motta, che ne pensi?

Avete mai provato la sensazione di sentirsi impotente?

E aver paura di sbagliare. E di essere giudicata? Io già normalmente non è che sia una molto decisa e convinta.

( E lui lo sa, a due anni già lo sa, perfido!)

E non bastano libri, trattati di psicopedagogia, consigli per scrollarsi di dosso queste paure… qui il problema è generazionale.

Io ho avuto un’educazione rigida, di quelle che se facevo qualcosa di sbagliato bastava un’occhiata di mio padre e io mi incenerivo all’istante. Che i “No!” erano di gran lunga superiori ai “SI!” e un NO era un ordine perentorio e tu non ti ponevi nemmeno il problema se c’erano alternative. Di quelle che l’idea di una eventuale punizione per qualche marachella bastava a far passare anche solo la voglia di pensarla, la marachella.
Ma io oggi, forse proprio grazie a quell’educazione, sono riuscita a salvarmi da tante brutte situazioni e a imparare il valore di ciò che conquisti con fatica.

Photo courtesy of Alessandro Pautasso

Photo courtesy of Alessandro Pautasso

Però mi sono sempre ripetuta: io non sarò così terrorista con mio figlio, io con lui parlerò, gli spiegherò il perché dei miei “No!” e lui capirà e deciderà che ha ragione la mamma. Non c’è bisogno di imporgli nulla.

E questo è il mio problema, come sottolinea Susanna Mantovani, la pedagogista intervistata nell’articolo.

“… Siamo passati dalla cosiddetta pedagogia nera, con regole molto rigide, punizioni e poca affettività soprattutto da parte del padre, all’eccesso opposto. Ora si cerca un riequilibrio, ma ci vuole tempo, molto tempo, bisogna aiutare i genitori a fare i grandi”.

Quindi io oggi, da grande, dovrei trovare le parole giuste e i modi per spiegare a un bambino che non può ottenere il gelato, quando 10 bambini accanto a lui lo stanno mangiando?
Dirgli “No amore, la tv no!”  quando poi all’asilo gli fanno vedere Peppa Pig?
Proibirgli di giocare con tablet e telefonino se li vede in mano h24 ai suoi genitori?

Dovrei. Perché forse quei “No!” che ho tanto odiato da piccola, che tanta fatica sono costati ai miei genitori e che io sono incapace di pronunciare sono quelli che servono a far diventare grande anche lui.

Sempre nell’articolo, così scrive Dario Cella, psicologo e mediatore familiare:

Tutti noi abbiamo bisogno di recinti, è un po’ come svegliarsi nel buio totale: vado avanti a tentoni, non so dove sia la parete che mi contiene. Se non trovo niente, mi viene l’angoscia. Da subito si ottiene l’autorevolezza, spesso i bambini piccoli sfidano, col pianto, o andando dove non devono. Un genitore deve sapere se la richiesta è legittima. I divieti servono. C’è una frustrazione sana che è quella dei no, il famoso recinto. Io figlio devo sapere fino a dove posso arrivare perché me l’hai detto, perché c’è un codice condiviso in famiglia”.

Facciamo così, se da domani vedrete in spiaggia una mamma sorda alle richieste del figlio duenne che continua a ripetere “Ho detto NO!”, non prendetela per pazza insensibile, sappiate che sta cercando di crescere un figlio responsabile e non un despota. Con grande sacrificio e fatica.

Non compatitela, applauditela please.


Lascia un commento con facebook


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.