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Capita. Ci sono quelle mattine in cui ti svegli e ti senti onnipotente. Pensi di poter far tutto. A me capita raramente ma ieri era una di quelle giornate.
Sono uscita quasi in orario, ho consegnato il Ribelle all’asilo quasi senza strilla e urli e c’era il sole.
E così alle 10 ero già in centro pronta a dare il via alla mia dicotomica giornata “lavorativa” tra Social Media Week (una settimana dedicata a workshop, panel e incontri sul mondo del web) e Fashion Week (la settimana della moda). Così orgogliosa di me che mi sono pure fatto un selfie. Ah no?
Primo evento: un workshop della SMW interessantissimo.
Pieno di gente normale, vestita normale ma che faceva domande sopra la media e anzi, troppo intelligenti.
Poi mi sono fiondata a seguire una sfilata di Stella Jean, stilista che adoro (vi racconto anche quello in un altro post).

foto 1
E lì tanta gente vestita da figa, che si atteggiava a strafiga e che snobbava la gente “normale”.
Ma questo è un mio preconcetto, forse.
Perché durante la Fashion Week la città diventa un vero circo con donne che al confronto nani e saltimbanchi sono meno coreografici, uomini vestiti da majorette, e gente dal look così improbabile che neanche la fantasia distorta di un fattone sotto acido potrebbe generare certi outfit o un puzzle di abbinamenti tanto strampalati.
E poi ci sono quelli che scrivono di moda, i giornalisti, colleghi eh, che si sentono chirurghi che operano a cuore aperto ma che in redazione semplicemente mettono insieme due foto con due didascalie.

foto 2
E vabbè. Finita la sfilata sono andata in giro a vedere delle presentazioni di lavoro mentre con un occhio cercavo di tenere sotto controllo l’orologio per capire quanto mancava alla fine della mia “ora d’aria”, ossia al momento in cui dovevo ritirare il Ribelle dall’asilo.

Collezione fall winter 2015 Cote

Collezione fall winter 2015 Cote

Poi sarebbe stato tutto un gioco di incastri studiati al millesimo di secondo col papà per prelevare il bimbo, portarlo a casa, fargli fare merenda, predisporre per la cena, attendere il papà che mi desse il cambio e uscire per altri eventi, nuove avventure e bla bla bla.
E la prima parte del piano, fino a quel momento, stava funzionando alla perfezione che manco 007 avrebbe osato tanta meticolosità.
Ero riuscita a fare tutto quello che mi ero segnata in agenda. Praticamente una roba che succede una volta ogni abdicazione di papa. Cioè una volta nella storia, oggi.
Comunque, riesco ad arrivare all’asilo addirittura con 5 minuti di anticipo e già pregustavo di arrivare a casa e godermi quei cinque minuti in più di apparente relax (ossia togliermi le scarpe e sedermi sul divano).

Certo.
Peccato che in questo piano diabolico non avessi considerato la famosa carta degli imprevisti.
Eppure, cavolo, dovrei aver imparato che nel mazzo di “mamma con bambino” è quella più frequente.
Tipo: 10 carte imprevisto, 1 possibilità. E quella delle possibilità generalmente si è persa.
Arrivo sotto casa e …tadaà: dove sono le chiavi? Nella fretta, al mattino, le avevo dimenticate.
Ma, niente panico.
I miei suoceri ne hanno sempre un paio di scorta, basta andare da loro e farsele dare, pazienza se questo inciderà con un piccolo ritardo sulla nostra iper precisa tabella di incastri.
E invece no. I miei suoceri, proprio ieri, avevano una visita medica.
Ok, niente panico 2.
Andiamo al bar sotto casa, prendiamo qualcosa e nel frattempo chiamo il BirbaPapà per dirgli di anticipare il rientro.
Ma dai, al bar c’è anche la figlia del gestore così il Ribelle magari ci gioca insieme. Vedi che le cose non sono così negative?
Il tempo passerà più in fretta.
Oh oh… mamma ha il cellulare completamente morto, batteria zero. Quando si dice le coincidenze eh?
Niente panico 3: ho il cavetto in borsa!

Stiamo qui 10 minuti, chiamiamo papà e poi lo aspettiamo mentre giochi con la bimba. Pazienza, non mi riposerò ma riusciremo a far tutto, dai dai.
E poi succede.

Succede che in un nanosecondo il Ribelle si catapulti sotto al tavolo e prenda in pieno lo spigolo.
Così, giusto per fare morire me di paura, gli avventori del bar per le urla e lui per lo spavento.
Morale: bernoccolo modello unicorno.
Panico moltiplicato per i punti 1, 2 e 3 alla quarantesima.
Ghiaccio. Bimbo urlante. Telefono scarico. Nonni assenti. Nemmeno un po’ di burro (ma sono tutti salutisti qua intorno?).
Aggiungo? Il supermercato più vicino (alla ricerca del burro) aperto di solito h24 chiuso per ristrutturazione e nella farmacia (sostituiamo il burro con l’arnica, pazienza) solo 20 persone in coda.
Non aggiungo altro. Giuro che è tutto vero.
La mia serata si è conclusa così: il papà poi è arrivato, ha raccattato me e l’unicorno e io non ho più avuto la forza di uscire a metà tra la disperazione, l’incredulità e …cazzo! proprio oggi che era la giornata perfetta.

foto 3
Ah, dimenticavo: ieri il ribelle compiva 22 mesi. E chi se lo scorda più.


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