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Oggi non vi racconterò delle mie letture preferite.
Oggi vi racconterò una storia triste ma che serve a sorridere alla vita.
Prima di decidere se parlarne o meno sul blog ci ho messo un po’.
Ma, come già qualche volta vi ho detto, il blog è per me un diario.
Un diario dove si annotano le cose belle ma anche, purtroppo, quelle brutte, nell’illusione che la condivisione in qualche modo possa rendere meno pesante il dolore.
Ho perso un’amica.
Anzi, a dirla tutta, in una settimana ho perso anche altre due persone care.
Tutte e tre hanno lasciato un segno nella mia vita e tutte se ne sono andate troppo presto.
Quanti pensieri in questi giorni mi hanno riempito la mente e quanto vuoto ho sentito dentro.
Come se mi avessero all’improvviso svuotata di tutto, persino delle lacrime.
In questi momenti di dolore mi sono chiesta il senso di tutto, persino di un blog che all’improvviso mi è sembrato un mero esercizio di stile.
Ha senso scrivere? Chi sono io per dare consigli? Perché dovrebbero leggere le mie parole le altre mamme, cosa so fare di così perfetto o utile, o diverso dalle altre per fare la differenza?
Nulla aveva senso.

La sera in cui Roberta se ne è andata, Claudia, una delle mie BirbaMamme, una delle mamme che collabora alla riuscita di questo blog mi aveva scritto per scusarsi della sua “assenza”, perché, mi diceva, sentiva che ciò che aveva da dire era inutile.
E nel risponderle, sfogando con lei e con le altre in una chat privata la mia disperazione per la perdita della mia amica, ho trovato la risposta alle mie domande.
Perché, tra i tanti pensieri, uno ha reso, se possibile, questo vuoto meno assurdo e mi ha spinta a pubblicare questo post.
Ho pensato a come queste tre persone avevano vissuto.
Perché ci sono quelli che scelgono di essere protagonisti, di vivere appieno la propria vita, quelli di cui tutti si ricordano, e le comparse, chi vive lasciandosi travolgere dagli eventi, chi si lascia vivere.
Fabrizio, Momi e Roberta, questi i loro nomi, erano gli attori principali delle loro vite. Tre persone uniche.
Momi e Fabrizio erano delle persone abbastanza conosciute a Milano, lui perchè l’inventore dei “podisiti da Marte” di un modo di correre “diverso”, per far del bene agli altri.

Lei Momi, una grande giornalista, una donna bella e elegante, conosciuta per il suo stile e il suo modo impeccabile di relazionarsi, ironica come poche, sagace e sempre gentile con tutti.
Roberta in molte cose le assomigliava, ma non era così nota,  era una ragazza normale.
Un’amica speciale.
Un’amica di quelle che, tutte noi, nella vita dovremmo averne almeno una.

Roberta era una donna solare, divertente, ironica, bella. Era una guerriera. Una che nella vita era abituata a combattere e che non ha mai rinunciato a farlo, nemmeno quando stava per spegnersi…
Ci ha provato con tutte le sue forze a reagire, a superare ogni ostacolo e sempre, col sorriso.
Nemmeno un anno fa aveva scoperto di avere un brutto male.
Oltre alle infinite sofferenze che aveva già dovuto patire per via di una malattia autoimmune.
Mi disse «Non so se voglio combatterlo, forse preferisco godermi ciò che mi rimane senza pensarci».
Ma alla fine il suo carattere da leonessa aveva avuto il sopravvento e contro tutto e tutte le previsioni nefaste si era messa a lottare. Da grande, come sempre.
Tanto che appena decise di fare la chemio mi chiese gli indirizzi per comprare una parrucca, per far sì che nessuno si preoccupasse del suo aspetto, per lottare senza essere compatita.
E alla prima foto con il nuovo look mi scrisse: «Che te ne pare, figa no?»
Era una di quelle persone capace di dare forza agli altri anche quando non ne aveva per sé.
Portava sempre il rossetto.
Anche qualche giorno prima di andarsene quando ormai era addormentata in attesa del sonno eterno in un letto d’ospedale.
Aveva il rossetto sulle labbra seccate dalle medicine, un fucsia che contrastava col candore della pelle emaciata, e una manicure impeccabile, come sempre. Era la mia Roberta, anche se non era più lei.
Era una persona normale, eppure così “speciale” per me e per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla.
E lei mi ha lasciato un insegnamento prezioso: forse nessuna di noi si sente speciale ma, ognuna a proprio modo, lo è.
E ognuna di noi può, sempre, fare la differenza.
Roberta ha lottato tanto, sempre senza perdere la sua femminilità o lasciarsi andare.
E sempre senza piangersi addosso, cosa che io invece faccio anche per le sciocchezze. Anzi, è sempre stata lei a tirarmi su il morale, sempre.
Non l’ho mai sentita lamentarsi. E quando proprio stava male, fingeva spudoratamente indossando un rossetto rosso e facendosi le foto da fashion blogger, quello che avrebbe voluto fare rinunciando al noioso lavoro in banca, un giorno, ma non ne ha avuto il tempo…
Per noi amici lei era “Chanel” proprio per il suo stile inconfondibile.
Lei mi ha sempre sostenuta, anche con BirbaMamme, anche se di figli non ne aveva.
E so che mi avrebbe spronata a continuare e che ora non vorrebbe vedere musi lunghi e facce contrite.

L’ho scritto a Claudia, alle mie mamme.

E loro con le loro risposte mi hanno dato la conferma che tutto ha un senso.

Come quella qui sotto:

E allora, da un certo punto di vista  è vero… che importanza può avere un blog per noi o per le altre mamme…o che cosa possiamo dare noi come contributo che altre non possano fare meglio? Perché perdere tempo facendo qualcosa che nemmeno ci viene pagato? La risposta, secondo me, sta proprio nel nostro essere diverse e uguali nei nostri disastri quotidiani, perché nella nostra fallibilità siamo bravissime a cavarcela e anche noi riempiamo un posticino (grande o piccolo) nella vita di qualcun altro…”

Oggi questo post è dedicato a una grande donna, a lei che della bellezza aveva fatto il suo motto. A lei che amava brillare sempre. A lei che da lassù spero continui sorridere, sempre, volteggiando tra le nuvole con indosso le sue Jimmy Choo.
Ciao Roby, grazie di tutto.


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