Utili&futili

Sono una fatalista. Credo che nulla accada per caso e che il destino abbia un preciso disegno per ognuno di noi.
Sono anche scaramantica. Per la serie faccio le corna quando vedo un carro funebre, incrocio le dita quando spero si verifichi qualcosa, non attraverso la strada se prima ci è passato un gatto nero, e via dicendo.
Credo nella telepatia, nella forza delle energie, nell’animismo di tutte le cose.
In pratica sono una di quelle che la gente normale definirebbe costantemente con la testa tra le nuvole e poco realista.
Già. Il ritornello di mia madre sin dall’adolescenza è sempre stato “Scendiiii!!!!! (coi piedi per terra)!”

Questo mio modo di essere mi ha permesso però di non abbattermi in tante situazioni: doveva andare così, guardiamo il lato positivo, bhè però poteva andare peggio, se è successo c’è un perché….

Persino quando sono rimasta senza lavoro dopo la nascita di mio figlio. Mi sono detta: “Dai, avrò più tempo per godermi il bambino”.

Quando, razionalmente la verità era molto più facile da comprendere: il tuo capo stronzo ti ha lasciato a casa perché sei rimasta incinta e ora dovrai inventarti qualcosa per tirare avanti.

Perché, fatalista, animista, scaramantica o no, i soldi, ahimè, sono necessari non per essere felici ma, quantomeno per sopravvivere.

Comunque, ho preferito credere che, in effetti, nulla accade per caso e il destino non mi stava punendo ma premiando.

Io mi sarei goduta il piccolo e, fortunatamente, avrei potuto farlo più a lungo di chi era costretta a rientrare al lavoro. E per un po’ mi sono autoconvinta e ha funzionato.

L’anno scorso il primo dilemma: forse dovrei mandare il piccolo all’asilo.

asilo, nido, bambini, kids, toys
“Ma se stai a casa perché mandare tuo figlio all’asilo?”

Per lui, mi sono detta. Ha bisogno di confronto con altri suoi simili e non solo di stare h24 con sua madre.

Il destino è intervenuto: all’asilo comunale non l’hanno preso e abbiamo optato per un privato.

E così abbiamo scelto una soluzione intermedia: asilo tre giorni la settimana e il resto con mammà.

Quasi tutto perfetto. Nonostante ogni volta che lo lasciavo all’asilo le urla fossero peggio di quelle di una sceneggiata napoletana in cui il protagonista viene mandato al patibolo.

Ovviamente, per fare queste belle scelte “di cuore” o “di pancia” (indirizzate o no sapientemente dal destino) la cosa imprescindibile, molto poco da sognatrice, erano sempre e solo i soldi!

Perché, parliamoci chiaro, puoi permetterti di fare la mamma chiocchia, decidere di dedicarti alla famiglia, restare a casa solo se hai un conto in banca che non ti faccia penare ogni mese o qualcuno che ti mantenga.

Non avendo io il primo e non volendo affidarmi al povero BirbaPapà, il compromesso è stato necessario per la sopravvivenza.
E il conto, della vita, è arrivato quest’anno.

Così, dopo tre lunghissimi mesi d’estate in cui io e il Ribelle abbiamo fatto ciò che tutte le mamme dovrebbero avere la possibilità di fare, ossia godersi i propri figli piccoli (se lo vogliono, ovviamente), il patto tra me e il BirbaPapà è stato che a settembre avrei dovuto ricominciare a lavorare e, il Ribelle, sarebbe andato all’asilo.
Stavolta al comunale dove, deo gratia, è riuscito a entrare.

Già, mi dicevo, ma come fanno le mamme normali a lavorare se poi devono andare a riprendere i piccoli al nido entro le 16?

La risposta, ovvia, è che le mamme lavoratrici e i papà lavoratori o fanno un part time o devono mandarci qualcun altro a ritirare i pargoli. Leggi tate, babysitter o nonni compiacenti.

Per cui sti poveri bambini si ritrovano già da pochi mesi di vita, tutto il giorno (o quando va bene sino alle 16) con un’ altra persona che non è né la mamma né il papà. E quando “gli estranei” sono i nonni, già sono fortunati. 

Mentre mi laceravo con queste elucubrazioni mentali cercando di capire come evitare tutto ciò, mi è arrivata una proposta.

Capito? Non me la sono cercata. E’ arrivata. Irrifiutabile.

Per la serie “Ciao, sono il destino e sto lavorando  per te!”

E io che avrei dovuto fare i salti di gioia sono piombata nelle peggiori ambasce.

Perché se è vero che un lavoro non si rifiuta MAI di questi tempi e, tra parentesi, il nuovo lavoro, mi piace pure, l’offerta è arrivata mentre stiamo ancora tentando l’inserimento  al nuovo asilo comunale, mentre io mi dilanio nei miei dubbi da madre e  il “Ribelle ogni volta che lo mollo mi guarda come se lo stessi abbandonando in autogrill.

“Allora stai a casa e cresciti tuo figlio!”
No, non è possibile. Perchè so benissimo che se voglio garantirgli un futuro a sta creatura, devo avere dei soldi. E il prezzo del farlo crescere dignitosamente è per me, sacrificarmi e andare a lavorare e, per lui , trascorrere la maggior parte del tempo con degli sconosciuti piuttosto che con i propri genitori.

Dunque la mia non è una richiesta di soluzioni ma solo uno sfogo a cuore aperto, da madre forse fin troppo apprensiva, da madre che ancora non riesce a staccare quel cordone che in molte tagliano già alla nascita.

Non chiedo comprensione. Nè giudico chi invece preferisce andare al lavoro o sceglie la carriera e torna in pista subito, o chi sta a casa tutto il giorno ma il bimbo lo lascia con la baby sitter per avere tempo per sé. Sono tutti modi diversi, personalissimi, di gestire il rapporto con i propri figli. Io ho sempre amato lavorare, credo che serva anche a sè stesse per sentirsi utili, per trovare una propria affermazione personale, per confrontarsi fuori dalle quattro mura domestiche. Ma…

Rifletto ad alta voce sul fatto che forse un altro figlio non ce lo avrò. Che mio figlio non avrà mai più due anni e io invece né ho già oltre 40 e tutti questi passaggi /ricordi/emozioni che potrei vivere con lui ora, non li potrò mai più rivivere. E che se invece non vado a lavorare lui un futuro non ce l’avrà e del passato pieno di bei momenti non saprà che farsene. E anche se di asilo nido e di tate non è mai morto nessuno ma siamo cresciuti tutti, io a lasciarlo lì ci soffro e questa scelta è stata difficile.

Oggi va così. Cerco una spiegazione irrazionale alla razionalità della vita quotidiana.

“Alessandraaaaa scendiiiiiii!!!!!” – sento ancora mia madre che urla.

N.B: Il lavoro l’ho accettato.


Lascia un commento con facebook


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.