Utili&futili

Oggi si celebra la Giornata mondiale della felicità. Lo ha deciso l’Onu nel 2012 istituendo la data e stabilendo che la felicità e il benessere sono obiettivi universali e aspirazioni nella vita di tutti gli esseri umani.

C’è addirittura un World Happiness Report che certifica i Paesi più felici al mondo. Giusto per la cronaca, l’Italia è al ventottesimo posto.

Io stamattina mi sono chiesta cosa sia per me la felicità. Non prima di aver cercato su internet il significato “universalmente riconosciuto” di felicità.

Secondo Wikipedia:”La felicità è lo stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. (Il che permettetemi di dirlo,  è pressoché irraggiungibile nel 99% per cento degli esseri umani)

L’etimologia fa derivare felicità da: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità.

Tanti gli studi filosofici sulla felicità che cambia significato col variare della concezione del mondo ma resta il fatto che l’essere umano,  fin dalla sua comparsa ricerca questo stato di benessere: quell’insieme di emozioni e sensazioni del corpo e dell’intelletto che procurano benessere e gioia in un momento più o meno lungo della nostra vita.

Se l’uomo è felice, subentrano anche la soddisfazione e l’appagamento.

Photo courtesy of Jose Maria Cuellar

Photo courtesy of Jose Maria Cuellar

Dunque io sono felice o no?

Rispetto a quando ero “giovane” sicuramente è cambiata la mia visione della felicità. Un tempo mi bastavano un paio di scarpe nuove o una borsa, un nuovo gadget tecnologico e già mi sentivo felice. O  mi sentivo felice per aver superato un esame all’università. Se ricevevo un sms di chi mi faceva battere il cuore, una telefonata di un’amica. Un articolo ben scritto e i complimenti del mio direttore. Tutte cose facilmente raggiungibili. Non robe astruse.

Del resto la felicità è nelle piccole cose no?

Ma oggi non so. Non voglio farvi un pippotto sulla felicità e su cosa lo sia davvero. O riempire questo post di luoghi comuni tipo”basta la salute, basta apprezzare la vita ogni giorno, etc etc”.

Perché se è vero che quando è arrivato il Ribelle ho sentito il cuore esplodere di una gioia mai provata prima e forse ho capito davvero cosa fosse la felicità, altrettanto vero è che oggi provo un sentimento nuovo, un misto di ansia e preoccupazione che offusca quella felicità iniziale.

Io sono felice? Tantissimo. Sono felice perché sto bene in salute, ho un bambino sano e allegro, un compagno che mi ama, una famiglia su cui contare, sempre, un tetto sotto cui, ancora, posso vivere, perché ho da mangiare ogni giorno. Ma sono anche infelice.

Perché a me la mia felicità non basta.

Per renderla completa è necessaria anche quella delle persone che amo.
E implica il saper rispondere a una domanda che mi tormenta da quando è arrivato il Ribelle: riuscirò a rendere felice lui, a garantire la soddisfazione di tutti i suoi bisogni (secondo definizione da vocabolario)?

E no, non credo più alle belle parole.
Oggi per essere davvero davvero felice vorrei un lavoro stabile che mi garantisse dei soldi, quelli capaci non di comprare la felicità, ma di rendere più facile le piccole cose, di comprare una casa più grande, viaggiare più spesso o semplicemente concedermi il lusso di dire “se mai dovessero servire” ho dei soldi da parte. E quel “se mai dovessero servire” non è certo per acquistare borse o scarpe.

Quindi comprendo tutti i commenti filosofici ma, giudicatemi venale, secondo me, avere la possibilità di “agevolarla” la felicità, non è reato.

Non è un caso che nei periodi di “crisi” la gente si definisca “infelice” no?

E allora mi verrebbe da scrivere all’Onu perché questo tipo di felicità si conquista solo con l’intervento di Stati capaci di garantire i diritti inalienabili dell’essere umano: il lavoro, la famiglia, un tetto sotto cui vivere.

Noi donne siamo esseri felici per antonomasia, ancor più se siamo mamme perché abbiamo dato la vita, a noi spetta il compito di rendere quegli esserini delle persone  migliori.  Ma siamo anche la categoria più bistrattata, quella a cui viene negato il lavoro quando va in maternità, quelle a cui non viene riconosciuto alcun sussidio, quella a cui viene tolto qualsiasi tipo di supporto, anche fosse solo morale, quando mette al mondo un figlio, le vittime di soprusi di ogni genere.

Noi donne siamo proprio quella categoria che poi, a pensarci bene, è la responsabile della felicità del genere umano.

E io come donna, oggi sono felice? Lo sono ogni giorno in cui posso svegliarmi, aprire gli occhi e respirare,  vivere.

Ma questo probabilmente non sempre basta a far felice chi mi sta intorno.

E quella, lo ripeto, per me è la vera felicità.

Vi lascio un sorriso. Perché non fa felici, ma aiuta a mettersi nel giusto stato d’animo, nonostante tutto.


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