Utili&futili

 

Puttane, donne, femmine, sorelle, amanti, amiche, cugine, madri…
Sarebbe meglio non parlare di certe cose in un blog dedicato alla gravidanza, alle cose belle dei bambini, alla genitorialità.
Un blog è una pagina dove mi dovrei divertire a scherzare e sorridere.

Sarebbe meglio non parlare della cronaca che in questi giorni disonora un intero Paese e noi donne.

Sarebbe meglio, come siamo soliti fare in Italia, occultare la polvere sotto al tappeto e andare avanti.

Sarebbe meglio ma io non ci sto più.

Perchè mi sento chiamata in causa a gran voce.

Da donna, da madre, da conterranea di quella ragazza ammazzata in provincia di Lecce.

Perchè la responsabilità di tutto questo ricade proprio su di noi. Ciascuno di noi. Ma soprattutto su noi donne e madri.

Perchè proprio quei bambini così dolci e sorridenti di cui amo parlare su Birbamamme, un giorno cresceranno, e quei bambini, i nostri figli, potrebbero essere i mostri o le vittime di cui si parla oggi sui giornali.
E la colpa è anche (e oserei dire soprattutto) di noi genitori.

Non conoscevo la ragazza polacca violentata a Rimini, le due americane stuprate a Firenze, la turista violentata a Roma. Non conoscevo nemmeno Noemi, ammazzata dal “fidanzatino”.

Ma Noemi la sento più vicina per questioni geografiche, perché figlia della mia stessa terra, quel Salento in cui in tanti vengono a passare ore serene godendosi il mare.

E scoprire ieri che, a pochi passi da quel mare, giaceva il corpo di Noemi mi ha tolto il fiato.

Così come me lo hanno tolto tutti i servizi dedicati a questa tragedia, le interviste ai genitori dell’assassino, ai parenti della vittima, ai conoscenti.
Perché, in quell’accento noto, ho letto il dolore, la rabbia, lo sgomento.
Lo stesso che ora provo a chilometri di distanza.
Ma soprattutto la paura. Quella che ora tutte le madri e i padri d’Italia provano.

Nei giorni scorsi mi sono permessa di scrivere commentando sul profilo Facebook di alcuni amici quando si insinuavano dubbi sugli stupri, quando si accusavano le studentesse, quando leggevo l’impeto di molti a difendere l’indifendibile.
Ho provato a dire la mia e mi sono sentita umiliata, derisa, offesa.

Perché in fondo non si può cercare di ragionare con maschi fallocentrici.

donne, rispetto, violenza
Persone de fotografie diseñado por Dragana_Gordic – Freepik.com

Perché noi donne, per loro, saremo sempre e solo puttane.
Ce la saremo sempre e solo andata a cercare.
Anche se non eravamo capaci di reagire perché ubriache, anche se abbiamo più volte denunciato chi ci  ferisce (come la madre di Noemi aveva fatto) anche se in fondo ce ne stavamo per i fatti nostri (come la turista polacca o tutte le altre).

C’è sempre un motivo per cui un uomo ti violenta, ammazza, deturpa: tu glielo hai permesso (o perché glielo hai fatto capire o perché non sei riuscita a impedirglielo).
Quindi… Te la sei andata a cercare.

E il problema è tutto lì.
La legittimazione a trattare le “femmine” come esseri inferiori, incapaci di avere capacità decisionale conseguenza di un maschilismo aberrante che ci portiamo dentro da secoli e che, nonostante si parli tanto di emancipazione e parità, forse non ci toglieremo mai di dosso.

Non è cambiato nulla da quando le donne erano solo “animali da riproduzione”, schiave di mariti e padroni, allevatrici di prole. O puttane.
Perché a parte sorelle e madri, le altre quello restano.

Ma non siamo in fondo tutte sorelle o madri di qualcuno?
Non è forse un caso se uno dei peggiori insulti in Italia sia ancora “figlio di puttana”.
Ossia figlio di tutte le donne, che diventano madri sante o puttane a seconda che siano la tua di madre, o quella di qualcun altro.

Perdonate il linguaggio scurrile ma di fronte alla realtà questo è il minimo per smuovere le coscienze.

Non è cambiato nulla di nulla nemmeno nel tanto emancipato Occidente se non siamo libere di indossare un vestito più scollato per paura di essere insultate, di bere perché non ci è concesso divertirci, di uscire a qualsiasi ora di casa perché non è consono a una donna.
Non sono servite a nulla le battaglie per conquistare posizioni di rilievo nella carriera se poi devi scegliere tra carriera o figli, perché tu donna, non puoi avere tutto. O fai la madre o sei in carriera, o sei devota o sei una zoccola, o sei moglie o sei puttana libertina.
E no, non sarai mai una santa, a meno di una beatificazione post mortem, violenta ovviamente.

E la colpa di chi è? Della società, ovvio.

Ma di quella società vi ricordo che TUTTI facciamo parte.

Di quella società fanno parte uomini e donne, ma soprattutto madri e padri che dovrebbero educare i figli al rispetto. Soprattutto le madri.

Da madre di maschio la mia paura più grande è quella di non saper educare mio figlio. Di cedere a un ricatto atavico di considerare il maschio altro, superiore rispetto alla femmina.

E non c’è da andare tanto in là se a 40 anni e passa mio padre mi vieta di uscire da sola la sera perché, da donna e madre quale sono, secondo lui non è giusto,  “la gente lo troverebbe sconveniente”, o se in casa mia si parla ancora di “cose da maschio “ e cose “da femmina”. O se mi si guarda storto se la scollatura è un po’ profonda.
Eppure ritengo di essere cresciuta in una famiglia intelligente e con una cultura superiore alla media.
E invece no.

Questi stereotipi ti si incollano addosso sin da piccola quando sei “costretta” a giocare con le bambole anche se magari ti piacerebbero di più le moto, quando non ti puoi arrampicare sugli alberi perché ti sporchi il vestitino, o fare a botte perché sei una femminuccia.

Sono le parole che usiamo con i bambini a creare i filtri con cui guarderanno il mondo:

il rosa è un colore da femmina

non piangere come una femminuccia

non giocare con le bambole da femmina

le moto sono da maschio…

i maschi sanno guidare meglio delle femmine

i maschi sono più forti

i maschi possono fare tardi, le femmine no

Queste sono cose che sento dire anche dal mio compagno e che apparentemente sembrano stupidate.

Ma non lo sono!

E, per quanto mi stia sforzando di educare Giacomo alla parità di genere mi ritrovo poi spiazzata quando un moccioso di 4 anni torna dall’asilo dicendomi:

«Mamma è vero che i maschi sono più forti/più intelligenti/più bravi/meglio delle femmine?»
«E chi te l’ha detto amore mio?»
«I miei compagni»

Cioè i figli di altre madri come me.

E lì ore a spiegargli che non è vero, che ci sono donne fortissime, donne super intelligenti, donne bravissime a fare anche cose “ da maschio” e che in realtà non ci sono cose da maschi o da femmine perché io ad esempio ristrutturo casa e papà lava i piatti, e dove sta scritto che invece debba essere il contrario?
Stronzate? Forse, ma è da piccoli gesti che si può iniziare a cambiare il mondo ed educare ad una mente aperta questi bambini.

Educare al sentimento. Perché se tua madre non ti ha insegnato ad amare, difficilmente saprai riconoscere l’amore. Se tuo padre in casa avrà sempre trattato tua madre come una poco di buono, schiava o sottomessa, sarai portato a pensare che tutte le donne meritano lo stesso comportamento. Educazione sentimentale. Dovrebbero imporla a scuola. Prima di quella sessuale, che pure manca.

Perchè non esistono le stronze, le puttane, le sante. Esistono le donne, che sono le madri, le sorelle, le amiche che ognuno avrà accanto nella vita.
Educare prima che al sesso  all’amore, insegnare che ogni sentimento merita rispetto e che il sesso, se non è condiviso è sopruso. Educare al fatto che anche una carezza, non voluta, è un imposizione, un gesto che non si fa.

Insegnare che un NO è un NO sempre, non è mai un “forse”, “mi piacerebbe ma…”, “vorrei ma non posso”.

NO è sempre e solo NO in qualsiasi ambito, situazione, a qualsiasi età.

«Amore se quella bimba non vuole giocare con te non puoi costringerla, mai!». Iniziamo a insegnerglielo da piccoli.

Educare al rispetto è un concetto che va oltre il genere.
Rispetto degli animali, della terra, della natura, delle persone, delle idee. Rispetto del diverso da te.

Sembra così difficile, eppure è così semplice.

Educare a rispettare anche chi non prova ciò che tu provi, chi non la pensa come te. Imparare a farsene una ragione e non imporre la ragione con le mani o la forza.

Ho visto ieri l’assassino di Noemi Durini mentre usciva dalla caserma fare la linguaccia alla folla, un gesto grottesco e stupido.
Ha rischiato il linciaggio e una parte di me pensa che forse sarebbe la giusta pena.
Soprattutto perché immagino già che quel gesto, per dimostrare una superiorità fasulla , per sentirsi forte anche se ormai sei spacciato, verrà usato/strumentalizzato dagli avvocati della difesa per dimostrare l’incapacità del ragazzo e diminuirne la pena. Ma non è forse davvero malato un simile soggetto che a 17 anni compie un delitto così efferato? Non posso credere che sia “normale”.
Ho visto i genitori dell’assassino difenderlo sino alla fine, complici della loro incapacità di educarlo e redimerlo.
I genitori di una bestia, che era un ragazzo e che non hanno saputo addomesticare, e che nelle urla disperate invocavano forse il perdono per non essere stati in grado di proteggerlo e proteggere chi lo ha incontrato.
Immagino i genitori di tutte le vittime delle violenze, di quei “femminicidi”, parola che odio perché di per sé dequalificante: come se uccidere una “femmina” fosse diverso da un qualsiasi altro omicidio.
Penso al dolore che accomuna le famiglie di vittime e carnefici che perdono i loro cari, seppur in modo diverso. E penso al fatto che a monte c’è sempre una richiesta di aiuto inascoltata: di un carnefice che non sa come reagire a sè stesso,  di una vittima che non può reagire.

Una richiesta di capire.

Spetta soprattutto a noi madri il compito di spiegare.
E io ho paura di sbagliare, ogni giorno, ogni istante.


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